USA
2017
durata:
115'
minuti
regia di:
Sean Baker
con:
Willem Dafoe, Brooklynn Prince, Bria Vinaite, Valeria Cotto, Christopher Rivera

Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere. Ma i tre hanno circa sei anni, e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in un’avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn. Le tre simpatiche canaglie abitano in quei terrificanti motel coloratissimi ma squallidi che popolano le periferie della Florida, e i genitori dei bambini (anzi, le mamme, perché i padri sono del tutto assenti) non hanno un lavoro stabile, campano alla giornata, bevono, fumano e smignottano. Non sono madri snaturate, perché continuano ad amare i propri figli e qualcuna si adopera per tenerli lontani dai pericoli e dalla perdita di dignità cui loro stesse sono quotidianamante sottoposte. Ma Halley, la giovane mamma di Moonie, cammina pericolosamente lungo il confine fra legalità e crimine, fra rispetto di sé e perdita di ogni decoro.

A cercare di tenere insieme ogni cosa è Bobby, il manager (cioè il supervisore) del Magic Castel Hotel dove vivono Moonie e Scooty: un tipo semplice molto credibilmente interpretato da Willem Dafoe (unico nome noto fra gli attori) che non ha dimenticato l’umana decenza anche se deve costantemente fare la voce grossa con madri e figli per arginare le loro malefatte.

Sean Baker, il regista indipendente che ha raggiunto la notorietà (almeno all’interno dei circuiti indie) con il precedente Tangerine, affronta la storia di Un sogno chiamato Florida senza pietismi e con una gran dose di allegria, scegliendo il punto di vista dei bambini e mettendo la cinepresa letteralmente alla loro altezza.

Scooty, Jancey e soprattutto l’irresistibile Moonie vivono ogni difficoltà come un’occasione per creare scompiglio e farsi due risate, anche se ci sarebbe poco da ridere per alcuni loro atti vandalici. Ma poiché c’è ancora meno da ridere per la situazione senza speranza delle loro madri (e nonne), Baker identifica correttamente nello spirito iconoclasta dei tre bambini l’unica loro possibilità di salvezza, l’unico filtro ad una realtà di per sé intollerabile.
Il regista, che è anche cosceneggiatore e montatore del film, lavora bene sul contrasto visivo fra colori vivaci ed esistenze miserabili, fra quel mondo di fantasia perpetuato dall’architettura esagerata e grottesca della Florida e la realtà in cui vivono i suoi abitanti dei quartieri più poveri, vedendosi sbattutto in faccia quotidianamente l’imperativo di continuare a credere alla favola disneyana.

Un sogno chiamato Florida
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